La Corte Suprema inglese dichiara illegittima la sospensione del Parlamento e il futuro della Brexit rimane ancora incerto

La Corte Suprema inglese dichiara illegittima la sospensione del Parlamento e il futuro della Brexit rimane ancora incerto

La decisione del primo ministro Boris Johnson di sospendere il Parlamento per quasi cinque settimane e a ridosso della scadenza dei negoziati Brexit è “illegittima” e priva di effetti. Lo ha deciso la Supreme Court inglese lo scorso 24 settembre, con una sentenza destinata a fare la storia.

La sospensione del Parlamento, detta “prorogation”, è un istituto previsto dalla prassi britannica che consente la proroga dei lavori parlamentari per consentire l’apertura della successiva sessione e la predisposizione della nuova agenda legislativa del governo e viene di solito concessa per pochi giorni. Durante tale sospensione – disposta dalla Regina su consiglio del Primo Ministro – il Governo resta in carica, mentre i deputati, pur mantenendo i loro seggi, non possono votare né discutere leggi.

Boris Johnson, capo del Partito Conservatore e promotore di una “Brexit a tutti i costi”, lo scorso agosto ha usato l’istituto della prorogation in modo eccezionale: il primo ministro inglese ha infatti chiesto la sospensione del Parlamento per un periodo di quasi cinque settimane, fino al 14 ottobre, ossia a ridosso della data fissata per l’uscita definitiva del Regno Unito (31 ottobre 2019) e senza fornire ragioni che legittimassero la concessione della misura per un così lungo periodo.

Il piano di Johnson era chiaramente quello di lasciare all’opposizione soltanto due settimane e quindi rendere concreto il rischio di un “no deal” che secondo lo stesso Primo Ministro favorirebbe il Regno Unito nei negoziati con l’Unione europea.

Sennonché la legittimità dell’atto di Johnson è stata contestata nell’ambito di due diversi ricorsi rispettivamente sollevati in Scozia e nel Regno Unito e che si sono conclusi con esiti divergenti: la corte scozzese ha giudicato la sospensione illegittima, mentre, in Inghilterra, nel ricorso proposto dall’attivista Gina Miller, l’High Court of Justice ha ritenuto la decisione del Governo di natura intrinsecamente politica, e pertanto non sindacabile.

La Supreme Court, investita della questione, ha preliminarmente confermato la propria competenza e quindi, all’unanimità dichiarato la sospensione voluta da Johnson illegittima e prima di effetti.

La decisione degli 11 giudici inglesi è senza precedenti e apre scenari costituzionali inediti. Secondo la Corte, il principio della sovranità del Parlamento è inviolabile: gli atti del Governo, non possono limitare, senza una ragionevole giustificazione, la capacità del Parlamento di esercitare la propria funzione di legislatore e di organo di controllo del Governo, tanto più nella situazione attuale.

Mostrandosi molto critica nei confronti del tentativo di Boris Johnson di forzare le garanzie costituzionali e usare la prorogation per fini politici, la Corte Suprema ha dimostrato che il sistema inglese, pur basandosi su una costituzione non scritta e “flessibile”, possiede meccanismi interni idonei a garantirne i principi costituzionali e che il potere giudiziario è, in ogni caso, pronto a intervenire se il Governo esagera.

Meno chiari sono gli scenari politici aperti da tale decisione: è probabile che il Parlamento adotti ora una linea più dura e che Johnson perda qualche consenso. Del resto, ancor prima di questa decisione, lo scorso settembre, il Parlamento è riuscito a sfruttare l’appoggio di 21 conservatori dissidenti e ha fatto approvare una legge che obbliga il Primo Ministro a chiedere al Consiglio dell’Unione Europea un’ulteriore estensione di tre mesi, nel caso in cui non si riuscisse a raggiungere un accordo entro il 19 ottobre 2019.

Con il Parlamento in sessione dovrebbe essere difficile per il Governo aggirare dette disposizioni.

Lo scenario di un “no deal”, tanto voluto dalle frange più estremiste quanto temuto per i suoi effetti negativi sull’economia inglese, potrebbe quindi farsi ora più lontano.

Sebastian Moore - Partner Herbert Smith Freehills
Sebastian Moore – Partner Herbert Smith Freehills
Martina Maffei - Associate Herbert Smith Freehills
Martina Maffei – Associate Herbert Smith Freehills