Il trucco vincente di Kiko: la Cassazione conferma la tutela dei concept stores

Il trucco vincente di Kiko: la Cassazione conferma la tutela dei concept stores

Come in una finale a porte chiuse, l’ultima fase della lunga contesa tra la società Kiko e la concorrente Wycon, produttrici di prodotti cosmetici, relativa all’allestimento dei rispettivi punti vendita si è conclusa proprio durante il lockdown.

Infatti, alcuni giorni fa, è stata pubblicata la sentenza della Corte di Cassazione, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità della decisione della Corte d’Appello di Milano che, confermando la decisione di primo grado, aveva stabilito che i punti vendita Kiko godono di tutela come opere dell’architettura e che la società Wycon, riproducendone gli elementi essenziali, aveva violato i diritti d’autore del concorrente.

L’oggetto della controversia tra Kiko e Wycon

I negozi Kiko, molto diffusi in Italia e all’estero, sono caratterizzati da un aspetto particolarmente originale: contenitori inclinati incorporati alle pareti laterali senza soluzione di continuità, portale d’ingresso con ai lati due grandi grafiche retroilluminate, isole a bordo curvilineo posizionate al centro dei negozi per contenere i prodotti o fornire piani di appoggio, una particolare combinazione di colori (bianco, nero e viola) e luci a effetto discoteca. Questo aspetto peculiare è il frutto di un progetto di interior design commissionato dalla società a un prestigioso studio di architettura ed è anche tutelato mediante la registrazione di diversi modelli comunitari.

Dopo alcuni tentativi, non andati a buon fine, di azionare tali modelli contro alcuni concorrenti, Kiko si era rivolta al Tribunale di Milano per contestare l’imitazione dei propri punti vendita da parte di Wycon, facendo leva soprattutto sulla violazione dei diritti d’autore sull’opera architettonica dei propri negozi.

Il Tribunale di Milano, prima, e la Corte d’Appello, poi, avevano dato ragione a Kiko, aderendo a un recente orientamento giurisprudenziale che ritiene tutelabili come opere dell’architettura non solo gli edifici e gli arredi ad essi incorporati (infissi, pavimenti, luci), ma anche i progetti di interior design intesi come una combinazione di elementi mobili, scelti e organizzati in modo da esprimere la personalità dell’autore (carattere creativo). In entrambi i gradi di giudizio, le corti di merito milanesi avevano confermato che il progetto dei negozi Kiko era sufficientemente creativo e che la Wycon si era illecitamente appropriata del concept sviluppato dall’attrice.

Wycon si è, quindi, rivolta alla Cassazione. In particolare, in uno dei motivi di ricorso, Wycon ha sostenuto che il progetto di allestimento d’interni dei negozi Kiko non fosse tutelabile come opera dell’architettura, perché mancava l’indicazione di una superficie specifica in cui l’opera doveva incorporarsi, e che, al più, i singoli elementi di arredo che lo componevano potevano essere tutelati come opere di design, ricorrendone i presupposti, tra cui la sussistenza di un “valore artistico”.

La decisione della Cassazione

La Corte di Cassazione, con la sentenza del 30 aprile scorso, ha sostanzialmente confermato la correttezza del ragionamento delle corti di merito, affermando alcuni importanti principi in tema di tutela della struttura stilistica di un negozio.

Innanzitutto, la Corte ha chiarito che l’allestimento di un negozio è tutelabile sotto diversi profili: come opera dell’architettura ex art. 2.5. l.d.a.; come disegno industriale, anche ai sensi dell’art. 2.10 l.d.a., nei singoli elementi di cui si compone; come progetto di ingegneria costituente una soluzione originale di un problema tecnico, a cui è riservata la tutela più limitata dei diritti connessi ex art. 99 l.d.a.; e, infine, come marchio (es. gli Apple store, Corte di Giustizia UE, C−421/13).  

Per quanto riguarda la tutela dell’allestimento di un negozio come opera dell’architettura, la Cassazione ha stabilito che “il progetto o l’opera di architettura d’interni deve essere sempre identificabile e riconoscibile sul piano dell’espressione formale come opera unitaria d’autore, per effetto di precise scelte di composizione d’insieme degli elementi (ad es. il colore delle pareti, particolari effetti nell’illuminazione, la ripetizione costante di elementi decorativi, l’impiego di determinati materiali, le dimensioni e le proporzioni). Infatti, l’esclusiva riguarda il complesso, l’opera unitaria di organizzazione dello spazio, l’utilizzo congiunto degli elementi di arredo secondo il medesimo disegno organizzativo“; qualora sia ravvisabile tale “progettazione unitaria” che riveli una chiara “chiave stilistica”, il progetto di arredamento di interni “è proteggibile quale opera dell’architettura, ai sensi dell’art. 5, n. 2 L.A. (“i disegni e le opere dell’architettura”), non rilevando il requisito dell’inscindibile incorporazione degli elementi di arredo con l’immobile o il fatto che gli elementi singoli di arredo che lo costituiscano siano o meno semplici ovvero comuni e già utilizzati nel settore dell’arredamento di interni, purché si tratti di un risultato di combinazione originale, non imposto dalla volontà di dare soluzione ad un problema tecnico-funzionale da parte dell’autore“. In sintesi, quindi, il concept di un negozio – inteso come proposta progettuale unitaria in cui sono definiti gli elementi essenziali dei punti vendita, variamente associabili tra loro a seconda delle specificità dell’unità immobiliare a cui sono destinati, ma senza dover essere necessariamente vincolato ad una superficie specifica – è ammesso a godere pienamente della tutela del diritto d’autore, purché sussista un livello minimo di creatività.

Inoltre, la Corte di Cassazione ha avuto occasione di applicare per la prima volta in Italia i principi espressi dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel caso Cofemel (C-683/17), relativamente alla cumulabilità della tutela dei disegni e modelli con quella delle opere del design ai sensi della legge sul diritto d’autore. Richiamando la decisione della Corte di Giustizia, la Cassazione ha confermato che le due discipline rispondono a logiche diverse e che sono, pertanto, cumulabili: la tutela dei disegni e modelli è intesa a proteggere “oggetti che, pur essendo nuovi e individualizzati, presentano un carattere di utilità e sono intesi alla produzione di massa” e deve essere applicata per una durata limitata ma sufficiente per consentire di capitalizzare gli investimenti necessari alla creazione e alla produzione di tali oggetti, senza peraltro ostacolare eccessivamente la concorrenza; la protezione connessa al diritto d’autore, la cui durata è molto superiore, è invece riservata agli oggetti che meritano di essere qualificati come opere, ovvero gli oggetti (i) identificabili con sufficiente precisione e oggettività e (ii) che riflettano la personalità del loro autore (carattere creativo o originalità). Secondo la Cassazione, in conformità con la sentenza Cofemel, l’originalità richiesta per la tutela autorale delle opere del design “non implica anche che essa produca un effetto visivo rilevante dal punto di vista estetico“; tuttavia, la Corte non si è pronunciata in merito al requisito del “valore artistico” previsto dall’art. dell’art. 2.10 l.d.a. per le opere del disegno industriale. Secondo una costante interpretazione giurisprudenziale, il valore artistico sussiste qualora l’oggetto sia dotato di una valenza espressiva propria e di capacità rappresentative e comunicative intrinseche che trascendono la stretta funzionalità dell’oggetto e che costituiscono la manifestazione di tendenze ed influenze artistiche e culturali: tale caratteristica deve essere verificata attraverso riscontri e riconoscimenti da parte di plurime istituzioni culturali (es. esposizione dell’oggetto in musei, mostre d’arte, inclusione in libri d’arte, ecc.). Si tratta di una prova particolarmente onerosa, che ha reso di fatto molto difficile in Italia l’accesso alla tutela del diritto d’autore per gli oggetti di disegno industriale. Alla luce della sentenza Cofemel, se il “valore artistico” fosse inteso come un requisito aggiuntivo rispetto all’originalità e alla forma espressiva definita sarebbe inapplicabile in quanto si porrebbe in contrasto con la normativa europea da cui origina. Tuttavia, la Corte ha omesso di chiarire questo importante aspetto.

Infine, in tema di violazione dei diritto d’autore, la Cassazione ha precisato che si ha violazione dell’esclusiva d’autore non solo quando l’opera è copiata integralmente, cioè quando vi sia una riproduzione abusiva, ma anche nel caso di contraffazione parziale, che ricorre quando, sulla base di una valutazione sintetica, “senza che sia necessario procedere ad esami analitici sulla qualità e quantità di tutte le conformità e le difformità che la seconda opera presenta rispetto alla prima…i tratti essenziali dell’opera anteriore si ripetono in quella successiva“.

Sotto tutti i profili che precedono, i Giudici di legittimità hanno confermato la correttezza del ragionamento delle corti di merito; hanno invece accolto il ricorso della Wycon, cassando con rinvio la decisione della Corte d’Appello, per quanto concerne gli ulteriori episodi di concorrenza sleale contestati da Kiko e accolti dalla corte di merito (imitazione dell’abbigliamento delle commesse, dei sacchetti e delle confezioni) e la liquidazione del danno per la violazione del diritto d’autore.

La sentenza resta comunque molto importante in quanto ha definitivamente chiarito i criteri di tutela dei concept store ai sensi della legge sul diritto d’autore.

Contributo a firma a cura di Avv. Sara Balice – Senior Associate Herbert Smith Freehills